Secondo appuntamento con la 196ª Stagione Lirica e di Balletto

Die Dreigroschenoper
L’opera da tre soldi
Opera in un tre atti di Kurt Weill
libretto di Bertolt Brecht
versione ritmica italiana a cura di Stefano Patarino e Astrid Datz
dialoghi stralciati dalla traduzione di E. Castellani

Secondo appuntamento con la Stagione Lirica e di Balletto che vede in scena sabato 29 ottobre alle 20.30 “L’opera da tre soldi” di Kurt Weill. Lo spettacolo, frutto di una importante collaborazione con il conservatorio “Francesco Venezze”, sarà presentato in anteprima studenti venerdì 28 ottobre alle 16.

Personaggi Interpreti
Mackie Messer Damiano Lombardo
Gionata Geremia Peachum Emanuele Merlo
Celia Peachum Elena Rosolin
Polly Peachum Hyo Jeong Woo
Jackie “Tiger” Brown Francesco De Poli
Lucy Brown Alessandra Marcante
Jenny delle Spelonche Alice Chinaglia
Il Cantastorie e Filch Ji Hoon Cho
Smith Franco Aldegheri
Mattia Giuseppe Colelli
Giacobbe Luca Jibo
Roberto Roberto Civinelli
Vixen Jone Babelyte
Betty Chiara Galante
Dolly Elisa Spagolla
Molly Françoise Manuel
Mendicanti
Costanza Bergamo
Chiara Moscardi

Maestro concertatore Ambrogio De Palma
e direttore d’orchestra

Regia  e lighting designer Stefano Patarino
Costumi e props designer Alice Anselmi
Assistenti alla regia Loris Contarini, Lisa Castrignanò
Orchestra del Conservatorio “Francesco Venezze” di Rovigo

Nuovo allestimento Coproduzione Teatro Sociale di Rovigo e Conservatorio “Francesco Venezze” di Rovigo

Teatro Sociale di Rovigo
Piazza Garibaldi, 14 – ROVIGO
www.comune.rovigo.it/teatro
Uffici
Piazza Garibaldi, 31 – ROVIGO
Tel. 0425 27853 / 21734 – Fax 0425 29212
E-mail: teatrosociale@comune.rovigo.it

Botteghino
Tel. 0425 25614 – Fax 0425 423164
E-mail: teatrosociale.botteghino@comune.rovigo.it
Orari: 10.00-13.00 / 16.00-19.30 Giorni di spettacolo: 10-13 / 16-22

Testo di Vincenzo Soravia

Tutto ebbe inizio il 29 gennaio del 1728, quando al Lincoln’s Inn Fields Theatre di Londra, venne portata sulle scene la Beggar’s Opera (L’opera del mendicante) di John Gay (1685-1732) con gli adattamenti musicali curati dal compositore Johann Christoph Pepusch (1667-1732). Le 62 repliche che seguirono nella sola prima stagione, costituiscono oggi la testimonianza più viva dello strepitoso successo che riscosse presso il pubblico londinese la prima rappresentazione di un nuovo genere teatrale: la ballad opera.
Ma cosa ebbe veramente inizio nel mondo musicale inglese, in quel clima di stabilità politica interna della Gran Bretagna sotto il regno di Giorgio II (1727-1760) appena insediatosi sul trono reale? Fu in realtà un’accesa reazione alla moda imperante del melodramma all’italiana. E tutto ciò si tradusse in un netto rifiuto di personaggi e ambientazione idilliaca ed elegiaca della poesia pastorale, a favore di delinquenti e donne da trivio sullo sfondo dei tipici luoghi malavitosi. Si accese improvviso il desiderio di ricondurre il mondo del teatro e della musica alla realtà quotidiana e alla concretezza dei problemi che colpiscono gli strati sociali più abietti ricorrendo così a musiche semplici, perlopiù tratte da raccolte di canti e danze popolari.
In verità il genere visse di vita breve ma intensa.
Sul palco così come sul grande schermo dei nostri giorni, amiamo piuttosto essere rapiti in un mondo altro, in una realtà sognata ancorché agognata. I tentativi però di affermare un teatro dell’oggettività razionale, nel quale gli eventi narrati si devono solo mostrare e non rivivere, nella storia più recente certamente non mancano.
Fu forse il clima culturale cupo e presago di drammatici eventi, quello che indusse Bertolt Brecht (1898-1956) e il compositore Kurt Weill (1900-1950) a compiere il tentativo di portare nel teatro musicale i temi dei gravi disagi sociali della fine degli anni ’20 del Novecento che stavano affliggendo l’Europa, allo scopo, probabilmente inconscio, di destare l’opinione pubblica affinché prendesse coscienza di quella tragica realtà che stava minacciando l’apparente sfrenata crescita economica dei paesi industrializzati.
Il 18 ottobre 1928, quasi esattamente un anno prima del definitivo crollo di Wall Street nel tristemente noto “martedì nero” del 29 ottobre 1929, presso il Theater am Schiffbauerdamm di Berlino, andò in scena Die Dreigroschenoper (“L’opera da tre soldi”).
A ispirare questo lavoro teatrale musicale fu proprio la Beggar’s Opera, sia nelle sue premesse ideologiche sia nei contenuti e nelle scelte estetiche e stilistiche. La storia, tradotta in tedesco da Elisabeth Hauptmann, fu ricomposta in libretto da Brecht con l’aggiunta di versi di François Villon (poeta francese, che visse nel XV secolo come un bandito e ricercato) e di Rudyard Kipling (1865-1936).
Quella che due secoli prima fu una critica alle frivolezze canore e mondane tipiche dell’opera all’italiana, per Brecht e Weill il tono polemico si tradusse in un rifiuto del monopolio dell’opera wagneriana. Mentre la scelta dello stile musicale di Weill di estrazione popolare, rappresenta un’opportunità per l’ascoltatore odierno, di conoscere la musica cosiddetta “leggera” del suo tempo. Una musica che spaziava dalla canzonetta alle prime esperienze jazzistiche che giungevano da oltreoceano, dai ballabili al mondo del cabaret. Si può anzi affermare, che il grande successo dell’ “Opera da tre soldi” sia dovuto proprio al sapiente uso di un eclettismo stilistico sottoforma di una suadente e persuasiva gestualità musicale che ben si addice al teatro e che contraddistingue un po’ tutta la produzione musicale di Weill.
Ma laddove il brevissimo e folgorante sodalizio Brecht-Weill, compreso tra il 1927 e il 1930, affondò più saldamente le proprie radici, fu un ideale di spettacolo teatrale condiviso sia nei contenuti sia nei mezzi. Un ideale estetico e poetico che si può condensare in una sola parola: “oggettività”. Qui entra in gioco la chiave di un problema che ancor oggi non ha trovato una soluzione soddisfacente. Si tratta di un problema sociale molto serio che chiama in causa la comunicabilità o meglio l’incomunicabilità. La mancanza cioè di un linguaggio comune i cui frammenti semantici ridotti in brandelli non siamo più in grado di ricomporre. Partendo da queste considerazioni profonde, non solo sul piano artistico ma pure su quello umano, Brecht e Weill vollero realizzare un’opera in cui autori, interpreti e pubblico parlano una stessa lingua, partecipano a un’unica realtà, quella vera e non trasognata. Tutte queste ed altre riflessioni analoghe sul piano etico, rientrano nelle nozioni brechtiane di “teatro epico”, “dramma didattico” e “straniamento”. Concetti nei quali si ritrovano appunto la preoccupazione di mettere lo spettatore di fronte a una realtà sociale fatta di delinquenti, imbroglioni e prostitute d’ogni sorta, per provocare in lui sempre uno spirito critico e non passivo. Inoltre, per assicurarsi un pubblico sveglio e attento durante tutta la rappresentazione, costringerlo a sedersi su scomode sedie immerso in un ambiente sufficientemente illuminato affinché possa assistere a tutti i cambiamenti e ai trucchi di scena per ricordargli continuamente che sta assistendo a una finzione e per evitare una qualsiasi commozione e immedesimazione emotiva con i personaggi e la vicenda.

La versione realizzata dal Conservatorio di Rovigo, si basa su un testo in prosa ridotto da Stefano Patarino di oltre il 50% del testo originale, tradotto e adattato ritmicamente in italiano da Astrid Datz e Stefano Patarino. Mentre la partitura è eseguita integralmente seguendo l’ultima versione voluta dagli autori.
I costumi e l’attrezzeria scenica sono a cura di Alice Anselmi.