Il Pd sul nuovo piano sociosanitario

"Servono investimenti sul territorio, non solo dismissioni di strutture"
12 Dicembre 2011 |  Rovigo | Politica |

“In un momento di crisi si deve essere fermi nello stabilire dei punti fermi. Istruzione e benessere sono due di questi: il primo riguarda la costruzione del nostro futuro, il secondo la qualità della nostra esistenza. Per questo il principio sul quale si deve incardinare ogni ragionamento sulla sanità deve essere quello della democraticità del servizio, ovvero garantire a tutti la migliore cura possibile aldilà del luogo di residenza e del reddito familiare”. Questo l’incipit dell’intervento del consigliere regionale Graziano Azzalin nel corso dell’incontro pubblico, organizzato dal Circolo Pd di Lendinara e dal Gruppo regionale del Pd veneto, dal titolo “Il nuovo Piano socio-sanitario: criticità, vincoli ed opportunità per il territorio”, che si è tenuto venerdì pomeriggio nella sala consiliare del Comune di Lendinara ed al quale ha preso parte anche il presidente della commissione regionale Sanità Leonardo Padrin.

Dopo il saluto del segretario del circolo Sergio Manzon e della vice Monica Baccaro, il capogruppo del Pd in consiglio comunale Carlo Alberto Azza ed il sindaco di Lendinara Alessandro Ferlin si sono soffermati sulle preoccupazioni del territorio altopolesano, con la spada di Damocle del futuro dell’ospedale di Trecenta ed timori riguardo al punto sanità cittadino oggetto di importanti investimenti.

Sono seguiti i contributi del coordinatore dell’Utap di Lendinara Antonio Maria Menardo, della segretaria generale dello Spi Cgil Daniela Argenton, poi il presidente Padrin, sollecitato anche dagli interventi del pubblico, primo fra tutti quello dell’assessore provinciale alla Sanità Guglielmo Brusco, ha illustrato le linee guida del Piano, “un Piano – ha spiegato - che è ancora in itinere e che ha già raccolto importanti istanze cambiando anche la primaria impostazione degli ospedali ogni milione di abitanti. Il principio è di sviluppare due poli ospedalieri di eccellenza, Padova e Verona, sostenendoli con altri cinque assi provinciali articolati su secondo il modello hub e spoke, ovvero concentrando l’assistenza a elevata complessità in centri di eccellenza supportati da una rete di servizi territoriali cui compete la selezione dei pazienti e il loro invio a centri di riferimento quando una determinata soglia di gravità clinico-assistenziale viene superata. Il Piano sarà supportato sia da schede ospedaliere che schede territoriali che evidenzieranno le necessità delle aree sulle quali si dovrà poi adattare la risposta. I servizi dovranno avere la stessa qualità e lo stesso costo ovunque, ma bisognerà superare la mentalità ospedalocentrica”.

“Questo Piano va troppo piano – ha evidenziato Azzalin – e se alcuni principi sono condivisibili in linea teorica, bisogna anche saperli modulare sulla realtà: è logico evitare doppioni e ridondanze, meno logico è agire con tagli lineari che non tengano conto dei dati reali. Se si vuole deospedalizzare servono investimenti sul territorio e non solo dismissioni di strutture. Da questo punto di vista è importante che il San Luca di Trecenta abbia un proprio ruolo all’interno del Pssr. Certo, deve essere ripensato e arricchito da eccellenze che possano farne un polo di qualità in una determinata specializzazione e garantirne non la sopravvivenza ma la crescita. E questo, sia per gli investimenti fatti su una struttura moderna e da mettere a frutto, sia per il percorso che ha portato alla sua nascita, frutto di un responsabile accorpamento di quattro ospedali”.

Azzalin, riprendendo le parole del dottor Menardo non ha esitato a definire “una nuova frontiera e nuova scommessa il potenziamento extraospedaliero e territoriale,quindi lo spostamento dell’asse assistenziale dall’ospedale al territorio, ma questo come tutte le linee su cui si incentra il Pssr deve essere supportato da un processo di condivisione e concertazione che deve coinvolgere tutti i soggetti che ruotano attorno al settore sanitario”. Riguardo al delicato rapporto con i privati, il consigliere polesano ha sottolineato “gli evidenti squilibri che in determinate aree si sono venuti a creare e con responsabilità chiare ed evidenti. Il rapporto pubblico privato deve essere rivisto e va innescata una competizione sulla qualità, non sulla quantità. Questo è lo scopo della programmazione che sappia guardare al futuro ed aver presente l’interesse della collettività. L’annunciata rivoluzione del ruolo dei direttori generali è il segno che fino ad oggi qualcosa non ha funzionato. E i direttori generali, non solo dovranno rispondere alla Regione, ma ai rappresentanti istituzionali e professionali dei territori sui quali si esplica la loro azione”.

Tags: azzalin,

Commenti

Sul San Luca bisogna fare catenaccio

 Un piccolo ospedale - per così dire 'periferico' - come quello di Trecenta non trova la sua ragione d'essere nelle 'eccellenze' ma, al contrario, nell'ordinarietà.

Difficile immaginare un nuovo Christiaan Barnard che scelga il San Luca per affrontare le più avanzate sperimentazioni nel campo della cardiochirurgia, tanto più se l'ospedale viene continuamente privato di reparti e di servizi.

Il San Luca è l'ospedale dell'altopolesine. Per 80.000 persone è la realtà ospedaliera più prossima. Non ha bisogno di eccellente per trovare la propria ragione di essere. Ha bisogno di quei reparti fondamentali, normalissimi, che sono la risposta alla stragrande maggioranza dei cittadini. Reparti superspecialistici non avrebbero mai un bacino d'utenza sufficiente. Per prima cosa, per salvare l'ospedale di Trecenta, bisogna fare "catenaccio". Prendo in prestito questa espressione calcistica, che indica una squadra che si chiude in difesa, che blocca ogni iniziativa degli avversari, perché rende bene l'atteggiamento da prendere. Dal San Luca non si porta più via niente, non si sospende più nulla. Si fa catenaccio.

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